Giorgio de Chirico, tra metafisica e cultura classica


Qualche giorno fa si è conclusa nel castello di Conversano (BA) la mostra interamente dedicata a Giorgio de Chirico di cui vedrete alcune opere nelle immagini di questo articolo. Ben 40.000 visitatori hanno potuto ammirare circa 50 opere di questo artista del '900 a 30 anni dalla nascita della fondazione Giorgio e Isa de Chirico.

Le opere di Giorgio de Chirico rivelano un profondo legame e conoscenza della civiltà greca. Le sue opere sono il risultato dei primi anni vissuti in Grecia, a Volos, dalla quale salparono gli Argonauti a bordo della mitologica nave Argo, alla riconquista del vello d'oro.

Ricordiamo l'artista soprattutto per la metafisica, con le muse senza volto e i continui richiami alla cultura classica.

Ma cosa significano quei manichini senza volto? Perché i cavalli sulla spiaggia? E i castelli? E le colonne greche?

Scopriamo nei prossimi paragrafi la chiave di lettura delle opere di de Chirico.



De Chirico: i primi anni in Grecia

I primi 17 anni segnano profondamente il giovane de Chirico, quando insieme al padre, ingegnere ferroviario soggiorna in Grecia, a Volos, una città industriale a nord della Tessaglia.

Sono proprio gli strumenti di lavoro da progettista, quelle squadre posate sulla scrivania del padre, ad animare il figlio dello spirito che geometrizza le forme classiche, privandole del volto, andando oltre la fisica.

Successivamente il lavoro del padre porta Giorgio e la sua famiglia a trasferirsi ad Atene.
Il maestro ha soggiornato più volte nella capitale greca, per ammirarne la bellezza e assaporare la sua imperturbabilità nel tempo.

La metafisica di de Chirico

Il termine metafisica per de Chirico allude ad una realtà diversa che va oltre ciò che vediamo. Gli oggetti delle opere vengono usati al di fuori del contesto comune, rivelando così un nuovo e sorprendente significato.

La rivista "Valori Plastici", fondata nel 1918 da Mario Broglio, contribuisce alla diffusione dei contenuti della pittura metafisica, riportando scritti di de Chirico, Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea de Chirico, fratello di Giorgio) e Carlo Carrà.

Nel 1919 de Chirico scrive sulla rivista: "l'opera d'arte metafisica è quanto all'aspetto serena; dà però l'impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità e che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano subentrare sul quadrato della tela."

Scopo della rivista è quello di fare emergere la coerenza tra le moderne correnti figurative e i valori della tradizione pittorica italiana, dal '300 al '600. Non mancano inoltre informazioni sulla coeva arte europea: ricordiamo che de Chirico ha tratto notevole ispirazione dai dipinti di Rubens.

Lo stesso de Chirico definisce così il pittore seicentesco:"Rubens lo considero il più grande pittore antico e moderno". Ed afferma in un'intervista: "non si conosce mai abbastanza il proprio mestiere. Per conto mio, visito continuamente le gallerie e studio l'insegnamento dei maestri, non solo, ma ho spesso copiato le loro opere e lo faccio tuttora".

La pittura metafisica nasce in opposizione al Futurismo e alle correnti francesi, dall'Impressionismo al Divisionismo, opponendo una concezione geometrica dello spazio, definito da una prospettiva schematica ed ordinatrice, un colore terso, pulito, una solida geometria degli oggetti, il cui contorno è nettamente delimitato da un segno deciso e sicuro.

Nel saggio del 1919 "noi metafisici", de Chirico spiega: "la parola metafisica, componendola potrebbe dar luogo ad un altro mastodontico malinteso: metafisica, dal greco ta metà physikà (dopo le cose fisiche), farebbe pensare che quelle cose che trovansi dopo le cose fisiche debbano costituire una specie di vuoto nirvanico. Pura imbecillità se si pensa che nello spazio la distanza non esiste e che un inspiegabile stato X può trovarsi tanto di là da un oggetto dipinto, descritto o immaginato, quanto di qua e anzitutto (e precisamente ciò che accade nella mia arte) nell'oggetto stesso."

I custodi delle arti e del passato: "Le muse" e "Gli archeologi"

Nel 1917 de Chirico dipinge "Le muse inquietanti", manifesto della pittura metafisica. Al centro di una grande piazza dominano figure smaterializzate, manichini senza volto, spesso senza arti: tutto ciò che è inutile viene eliminato. Sembra il palco di un teatro, dove prendono posto armonicamente statue-manichino dalle enorme teste ovoidali, collocate sui piedistalli costituiti da colonne o semi colonne greche.

Le muse, protettrici delle arti, diventano colonne immobili ed enigmatiche, depositarie di un mistero inaccessibile ed inquietante.

Insieme alle muse, anche gli archeologi sono personaggi molto ricorrenti che animano le opere metafisiche di de Chirico. Ritratti in coppia, in atteggiamento pensoso e il volto inclinato verso il basso, come a riflettere sul passato. Nel loro ventre si celano le misteriose grandezze di popoli antichi, il loro cuore pulsa nella disperata ricerca delle nostre origini.

La mancanza di una prospettiva atmosferica, i colori caldi contrapposti a quelli freddi, il silenzio assordante che regna sovrano e il tempo sospeso, sono ingredienti della ricetta di una realtà diversa da quella usuale, ossia quella metafisica di cui non sempre siamo consapevoli.

Il riferimento alla classicità si affaccia prepotentemente in tutta la produzione di de Chirico.

Metafisica nella scultura

La concezione metafisica, ideata e poi maturata,  porta alla luce un inedito Ettore e Andromaca.

Questa opera realizzata in bronzo con la tecnica della cera persa, raffigura due personaggi del poema omerico dell’Iliade: Ettore e Andromaca.  

Il capolavoro fa riferimento all'episodio narrato nel sesto libro dell'Iliade.

L'esercito acheo, dopo un assedio durato dieci anni contro i Troiani, si preparava a sferrare l'attacco decisivo alla città di Troia. L’astuto stratagemma con cui Ulisse determinò la vittoria di Agamennone e del suo esercito è rappresentato da un il cavallo posto sulla riva del mare: simbolo di resa che in realtà avrebbe decretato la vittoria degli achei.

Due eroi leggendari si fronteggiano: Achille, valoroso tra gli Achei, ed Ettore, primogenito del re Priamo: bello, forte e valoroso condottiero.

La sera precedente il duello finale tra i due eroi, Andromaca, oramai consapevole del triste destino del suo sposo e di tutta la sua gente, abbraccia per l'ultima volta Ettore, nell'estremo tentativo di trattenerlo da una morte sicura.

Sarà l'ultima volta che Andromaca vedrà il suo amato sposo; non potrà nemmeno piangere sul suo viso, perché Achille ne avrà distrutto le fattezze. 
Re Priamo non potrà far nulla per salvare suo figlio: il destino, la Moira, è già scritto. 

Simbolo dell’amore e della guerra, la scultura si anima della storia epica greca.
L’ultimo saluto della moglie, rassegnata della disfatta del suo popolo, che verrà reso in schiavitù: più tardi tale destino crudele verrà ripreso da Euripide nella tragedia greca "Le Troiane".

Emerge il tema della guerra, tanto cara al mondo arcaico: così salutavano le madri e le mogli spartane i loro consorti e i loro figli prima di partire in guerra "o con lo scudo o sopra lo scudo".  In quei tempi lo scudo, come l'elmo, era un simbolo di valore, coraggio e onore in guerra della civiltà achea e micenea, protagonista dei poemi omerici.

I Cavalli


I cavalli, non solo simbolo di forza e vigore ma anche metafora del viaggio, tema epico- cavalleresco molto ricorrente: è quanto scaturisce dalla vista dell'opera "Cavalli antichi ai piedi di un castello".

Viene affrontato il tema del viaggio come scoperta: l’uomo tende all’infinito, alla metafisica, nel tentativo di superare le barriere rappresentate nel mondo classico dalle Colonne d’Ercole.

Nel dipinto si osservano due cavalli, uno bianco e uno nero: questo dettaglio riporta al mito platonico della biga alata. Platone teorizza la reminiscenza dell'anima come una biga trainata da due cavalli, uno nero ed uno bianco. Il cavallo bianco rappresenta la parte spirituale dell'anima, mentre quello nero la parte "concupiscibile", più vicina al mondo terreno.
I due cavalli sono tenuti imbrigliati dall'auriga, che simboleggia la ragione che guida i due "cavalli".

Anche ne i "Cavalli sulla spiaggia" possiamo ritrovare il tema iliadico del cavallo acheo alle rive di Troia e quell’elmo che giace sulla sabbia in basso a destra potrebbe essere quello che un tempo era di Ettore, prima di cadere in battaglia.

Il Castello

Il castello è, insieme ai cavalli, un altro tema ricorrente nelle opere di de Chirico: pervaso dalla cultura greca i suoi dipinti sembrano ricordare le antiche civiltà palaziali achea e micenea, troiana, ma anche minoica, distrutta anch'essa dalla furia guerriera dei micenei.

Il Palazzo era il cuore e l'espressione di un'intera civiltà, perché al suo interno vivevano i sovrani che avevano il compito di guidare, come un'auriga, un intero popolo, e decretarne in base alle proprie decisioni il successo o il suo declino.

Informazioni utili per il viaggiatore

Se avete intenzione di organizzare una gita a Roma, è d'obbligo un giro in Piazza di Spagna. Ebbene al numero 31 del palazzo seicentesco Borgognoni in cui ha vissuto l'artista, è stata istituita una casa-museo aperta al pubblico su prenotazione dal martedì al sabato (e la prima domenica del mese) dalle 10.00 alle 13.00 con visita accompagnata.

Per info su costi del biglietto, aperture straordinarie (a volte anche gratuite) e per prenotazioni vi rimando a questa pagina del sito ufficiale.


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